Pemptos - Ektos

Una nota introduttiva, sul perché la Poesia.


Non so se avete notato, ma la poesia è completamente sparita dalla vita pubblica. Un tempo, poeti del calibro di Ungaretti, Quasimodo, Montale, per non parlare dei Padri della nostra lingua: Dante e Petrarca, erano ascoltati, svolgevano un compito civile, gettavano i ponti verso il futuro; oggi, invece, si tace sulla poesia e tacciono i poeti. In più, in quest’epoca di morte della poesia, tutti scrivono versi, tutti si sentono poeti e, paradosso dei paradossi, ognuno crea il suo pubblico finto, proiezione di sé.

Forse, anche questi versi non sono poesia ma, se non altro, serviranno a farci pensare che senza poesia un popolo non può vivere. È ovvio che la poesia deve essere al servizio della Verità; e proprio in quest’epoca balorda, in cui nessuno crede più che esista la verità. Pare che i poeti siano i sentimentaloni che cantano solo il loro ombelico; che non abbiano nulla da dire né possano dire nulla; anche questa è una cifra di questo tempo, senza speranza, ripiegato su se stesso. In realtà, se ci pensiamo bene, l’identità nazionale di un popolo nasce dalla lingiua, il cui veicolo privilegiato è la poesia. Se vi guardate intorno, infatti, se andate a vedere con calma, scoprirete che tutte le letterature nazionali europee e non solo, hanno come fondamento la poesia. C’è dunque bisogno di poesia, c’è bisogno della resistenza della lingua italiana all’assalto del globish mondilista e globalista, costruito a tavolino per distruggere i popoli; oggi scrivere in italiano e in versi è un atto profondamente controrivoluzionario, oserei dire Titanico. E lasciamo perdere se questi sono Poesia o latrati. Ad Maiora! E buona lettura.

Pemptos

Mugghia il mare, incanutito

al soffio aspro dei venti”,

getta impietoso ‘l suo attrito

 

quasi fosse un sol colpo sui denti;

vasto e umido nel suo recinto

antico” e se solo ne senti

 

il battito, quest'unico istinto

che ancor ora lo tiene fermo,

gorgoglia nel suo labirinto,

 

come in letto duro da infermo.

Mugghia a note alterne un canto

- chi può ridire? - dritto, omeotermo

 

il logos quando frange, oh, incanto

sembra sulla innamorata banchisa

che tutto di lui beve. Intanto,

 

l'aria che smorza è tutta intrisa

di nettare e malvasia, pini

abbracciano un vento color ghisa

 

quasi stendardi in fila, catini

colmi di resina che in osmosi

con Eolo trovano i loro destini.

 

Altro dicono i versi pietosi,

le fredde strette della sintassi

quando i verbi duri, neghittosi,

 

inchiodano nella paratassi

l'ansimare, qui nell'ultimo fiato,

lo scritto che dorme sotto gli assi

 

- se carta per sé tiene il mandato -

di un legno ritinto, netto e morto.

Questo del poeta il duro fato:

 

stringere zefiro e nel contorto

verso conservare solo le ossa.

Eppure, senza verbo può in orto

 

ritrovarsi l'inaudito, ché possa

il creato avere nome, pigghiari

forma e resistere alla fossa,

 

quando nel poeta germoglia in rari

cristalli l'eco dei passi di Dio?

Sì, perché Dante val più di Cacciari.

 

 

Ektos

Come s'increspa la schiuma del mare

quando già secco il vento di grecale

dalla terra dei padri a noi pare

 

portare, nel rimestio del sale,

l'ombra di un verso o di nenia l'eco,

punta di lancia che a nulla più vale,

 

perché nel guizzo rapido del geco

che s'acquatta noi leggiamo soltanto

l'ultimo freddo sussulto del greco,

 

lo scricchiolare di foglia accanto

al passar del tempo, come di sasso

che cade, come di bestia un ranto.

 

Ma ogni cosa tace, come masso,

persino 'l vento pare fermato,

rimugina attonito nel passo

 

che ti separa dal cupo fossato

quando ormai perso tra i tratturi,

indugi nel sole che pieg’ a lato.

 

E scorre come protetto dai muri

un rivo quasi di sangue in vena

che canta nei reconditi più scuri

 

della notte, ora che nella pena

s'addormenta la goccia di rugiada

e ‘l fiore si chiude come una catena.