Per una rivalutazione dei concetti di “Autorità” e “Tradizione”

 

 

 

 

 

“La conservazione è un atto della libertà

non meno di quanto lo siano il sovvertimento e il rinnovamento”

(H. G. Gadamer, Verità e Metodo)

 

 

 

 

 

L’epoca nella quale viviamo si caratterizza per un rifiuto netto, incondizionato ed incontrovertibile – fatto che, perlomeno, ci lascia un po’ perplessi –  circa i concetti di “Autorità” e “Tradizione”. Molto ci sarebbe da dire circa questo immotivato ed irrazionale rifiuto, per certi aspetti, pregiudiziale, della cultura egemone nei confronti di questi importanti concetti. Lo svuotamento di questi concetti fondamentali all’interno della nostra cultura viene da lontano, come vedremo; ma, è soprattutto a partire dal ’68 che tale atteggiamento è diventato caratterizzante la nostra epoca. Nonostante ciò si assiste oggi, da più parti per fortuna, al tentativo di recuperare questi concetti o, quantomeno, al tentativo di rileggerli in una luce nuova.

Tale operazione, iniziata da Gadamer già nel anni Sessanta del secolo scorso, si rivela, a nostro modo di pensare, oltremodo necessaria in quanto gli effetti di quello che tranquillamente possiamo chiamare con il Nostro “il pregiudizio contro tutti i pregiudizi[1] produce degli effetti nichilisti che minano il futuro stesso della nostra civiltà Occidentale. Come avremo modo di renderci conto il confronto, almeno fino a Gadamer escluso, avviene all’interno della frattura iniziatasi nel ‘600 e culminata nell’Illuminismo, tra Ragione auto-referenziale e Tradizione che, a torto, viene ritenuta priva di razionalità intrinseca, quanto non addirittura nemica della ragione in quanto tale.  Sulla scorta degli studi gadameriani quindi la questione non può porsi che in termini di analisi storico – filosofica dello sviluppo di questi concetti per coglierne la deviazione etimologica e la “storia degli effetti” (Wirkungsgeschichte)di tale stravolgimento, e ciò a partire proprio dall’Illuminismo. Vedremo poi come la protesta del romanticismo contro l’illuminismo, accadendo all’interno dell’orizzonte tracciato dall’Illuminismo stesso, ne conserva, sia pure capovolti, gli elementi caratterizzanti impedendone una corretta valutazione.

I concetti di “Autorità” e “Tradizione” hanno perciò avuto, durante tutta l’età contemporanea, un destino assai amaro. Screditati dall’Illuminismo sono diventati nell’Ottocento, poiché erroneamente interpretati, le punte di diamante della ribellione del sentimento contro la Ragione operata dai romantici stessi, per finire con l’assumere nel XX secolo un significato ancor più negativo. In quest’epoca sono stati visti come nemici della ragione, a causa del fatto che essi hanno assunto con i regimi totalitari, e a causa del significato distorto dal romanticismo, presso quei regimi stessi il significato che ben conosciamo e che di solito e per lo più in modo spesso inconscio e pregiudiziale attribuiamo a tali concetti.

Il nostro intento è quello, sulla scorta della lezione di Gadamer, di riabilitare tali concetti mostrando che: 1) essi non sono affatto l’opposto della Ragione, ma che invece, ne sono un addentellato necessario, utile e costitutivo; 2) che proprio su di una corretta interpretazione di tali concetti si fonda il “Principio di partecipazione” di cui abbiamo già parlato in La Ragione oltre la Ratio e a cui mi permetto di rimandare il paziente lettore. Tale riflessione ci porterà necessariamente a scontrarci nuovamente con Kant e con l’Illuminismo, ma non in un’ottica romantica e ribelle, quanto invece in un’ottica razionale che vuole ridare il giusto valore alla ragione stessa.

La riflessione intorno ai concetti di Autorità e tradizione si trova nella II parte di Verità e Metodo[2] che tratta degli Elementi di una teoria dell’esperienza ermeneutica. Gadamer ritiene tale questione “il punto di partenza del problema ermeneutico”[3], questione che è consequenziale a quella dei pregiudizi analizzata nel paragrafo precedente. Ci pare perciò necessario partire dal paragrafo dedicato ai pregiudizi per cogliere meglio, non solo la portata innovativa e rivelativa della proposta gadameriana, ma anche quel fondamentale elemento che la rende post – kantiana e perciò estremamente attuale. Le due cose sono strettamente collegate in quanto Autorità e Tradizione vengono visti come pregiudizi e poiché l’illuminismo insegna che i pregiudizi sono nemici della Ragione e dunque della conoscenza, vanno eliminati. Kant stesso, nell’ormai famoso “Che cos’è l’illuminismo?”  aveva detto “abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto[4].

Ci domandiamo con Gadamer: ma è proprio così? È proprio vero, cioè, che Ragione e pregiudizio si escludano a vicenda? O non è vero invece il contrario?

Per rispondere a queste domande Gadamer passa all’analisi del concetto di pregiudizio così come si è sviluppato a partire dall’Illuminismo. Ebbene, la dottrina illuminista circa i pregiudizi, che, detto per inciso, ha la sua antica origine nel metodo cartesiano, li intende come sempre e necessariamente come errori; ritiene che essi si siano generati dal riguardo per l’autorità o dalla precipitazione del giudizio. È noto a tutti che la critica illuminista “si rivolge in primo luogo contro la tradizione religiosa cristiana, quindi contro la Sacra Scrittura”[5]. Inoltre, Gadamer nota una radicale differenza tra illuminismo moderno, irreligioso, e quello antico, religioso, “che ha permesso ad un pensatore come Platone di mediare nei suoi miti filosofici la tradizione religiosa e la dialettica filosofica”[6]. Riguardo ad essi la posizione dell’illuminismo moderno è ben chiara: “non ammettere nessuna autorità e di decidere tutto davanti al tribunale della Ragione”[7]. Nulla può pretendere di valere senz’altro, poiché per il secolo dei lumi la ragione è la fonte ultima di autorità, non la tradizione. Ciò sta a significare che uno scritto proveniente dalla tradizione non solo è necessariamente vero, ma quantomeno sospetto; infatti, l’illuminismo moderno fa “della tradizione un oggetto di critica allo stesso modo che la scienza della natura rispetto all’apparenza sensibile”[8]. Senza tener conto del fatto che ciò può accadere solamente se si parte dal presupposto che la ragione è astorica, cioè in una concezione della ragione umana che non tiene conto della storicità del comprendere storico. Questa posizione -  semplicemente ribaltata -  è quella dello storicismo romantico; Gadamer sottolinea come i caratteri elaborati dall’illuminismo siano passati “mutatis mutandis” di sana pianta nel Romanticismo i cui caratteri e la cui rivolta contro l’illuminismo sono essi stessi illuministi[9]. Tant’è vero che sia l’illuminismo che il romanticismo posseggono lo stesso schema di filosofia della storia “lo schema del superamento del logos”[10]. Insomma, la rivolta romantica del sentimento contro la ragione avviene all’interno della definizione illuminista della “Ragione” e avviene come recupero del mitico di tutto ciò che l’illuminismo ha scartato come non – razionale.  Quindi “il rovesciamento dei presupposti dell’illuminismo ha per conseguenza la paradossale tendenza  alla Restaurazione, cioè alla ripresa dell’antico, in quanto antico… ed è proprio attraverso questo  rovesciamento romantico del criterio di valore dell’illuminismo, il presupposto illuministico dell’astratta opposizione tra Mytos e Logos viene mantenuto e fissato in modo definitivo”[11]. È ovvio che una corretta critica dei presupposti dell’illuminismo deve avvenire oltre la critica, in fondo ancora illuminista, che il romanticismo ha mosso all’illuminismo. A ragione Gadamer ritiene, per esempio, che “la saggezza primitiva è solo il rovescio della stupidità primitiva”[12]. E ciò è chiaro poiché ogni coscienza mitica, lo abbiamo appreso una volta per tutta fin dai banchi del Liceo, è comunque una forma di sapere; perciò, è una semplice illusione romantica il tentativo sisifico di opporre un autentico pensiero mitico e un pensiero poetico pseudo antico che “si fonda su di un pregiudizio illuminista… quello per cui la produzione poetica, in quanto creazione della libera immaginazione non avrebbe in sé nulla del carattere religioso del mito”[13]. Il persistere di questo pregiudizio illuminista all’interno del romanticismo produce un modello illuminista di scienze storiche che si fonda sulla concezione di una ragione astorica e sulla possibilità di definire in termini netti l’oggetto storico, una volta per tutte. Non a caso Dilthey concepiva la scienza storica in termini kantiani come una “critica della ragione storica”.

Tutto ciò porta il fondatore della moderna ermeneutica a dire che “il superamento di tutti i pregiudizi, che è una specie di progetto generale dell’illuminismo, apparirà esso stesso come un pregiudizio, dalla cui revisione dipende la possibilità di una adeguata conoscenza della finitezza che costituisce non solo la nostra essenza di uomini, ma anche la nostra coscienza storica”[14]. Con ciò Gadamer vuol dirci che soltanto riconoscendo la nostra ragione come ragione storica possiamo renderci conto che la pretesa di eliminare tutti i pregiudizi è essa stessa un  pregiudizio, un pregiudizio negativo, foriero perciò più di ignoranza che di conoscenza. Infatti, riconoscere la ragione come ragione storica significa riconoscere alla ragione il carattere di ragione “situata” e quindi, di fatto, appartenente ad una tradizione e rivolta ad un’autorità. Gadamer stesso lo afferma con chiarezza quando dice: “La ragione esiste per noi solo come ragione storica e reale; il che significa che essa non è padrona di se stessa, ma resta subordinata alle situazioni date entro le quali agisce”[15]. Il che non significa affatto cedere poi alla tentazione nichilista che conclude da ciò l’impossibilità di conoscere la verità, ritenendo tale impossibilità un bene; anzi il riconoscere la storicità del comprendere umano va inserito in una ermeneutica della verità, un’ermeneutica in fieri che presuppone l’esistenza della Verità e il libero impegno dell’esistenza umana alla ricerca, comprensione e realizzazione della stessa.

Tutto ciò ci porta finalmente alla questione essenziale. Autorità e Tradizione in quanto          pre-comprensioni e pre-giudizi costituiti dal nostro Esser-Ci, e perciò in eludibili, vanno  eliminati a – priori o vanno, invece, provati, come suggerisce Gadamer, per verificare quali di essi sono utili alla comprensione e quali invece inutili?  Vediamo come il filosofo di Verità e metodo argomenta in merito.

Innanzitutto, egli ritiene che “se si vuol rendere giustizia all’essere storico-finito dell’uomo occorre una riabilitazione sostanziale del concetto di pregiudizio e un riconoscimento del fatto che ci sono pregiudizi legittimi”[16]; dobbiamo cioè chiederci  su che cosa deve fondarsi un pre-giudizio per essere definito legittimo e cosa lo distingue dagli altri. Per far questo bisogna volgere in senso positivo la critica che l’illuminismo muoveva ai pregiudizi. In modo specifico, riguardo al concetto di “Autorità” va immediatamente detto che l’illuminismo diffamando ogni autorità ne ha anche deformato il significato. E ciò nel senso che le è stato collegato il concetto di cieca sottomissione, opposto dunque ai concetti di libertà e di ragione. “Tutto ciò però non è implicito nell’essenza di Autorità”[17]. Difatti, prima che l’autorità possa essere esercitata come tale le va riconosciuta la possibilità di poter essere tale e questo riconoscimento non è un atto di sottomissione della ragione, “anzi, l’Autorità no ha immediatamente nulla da fare con l’obbedienza, ma con la conoscenza”[18] allora ciò che fonda l’autorità in quanto Autorità è un atto della Ragione e della Libertà che riconosce maggiore perizia, scienza e conoscenza ad altri. Ne è un esempio lampante il rapporto Dante - Virgilio e Dante - Beatrice istituito da Dante stesso quale fondamento dell’architettura dell’intera Divina Commedia. Il riconoscimento di Virgilio e Beatrice quali guide rende molto chiaro ciò che Gadamer va argomentando. Auctoritas, l’autorità, come del resto Auctor, autore viene da Augere – accrescere, far aumentare, cioè essa è ciò che aumenta, e in quanto può aumentare, nel senso di portare a compimento il mio essere, essa è anche Guida. Per l’appunto sottolinea Gadamer che “il riconoscimento dell’autorità è sempre connesso all’idea che  ciò che l’autorità dice non ha il carattere dell’arbitrio irrazionale, ma può essere in linea di principio compreso”[19]. L’autorità e la tradizione, dunque, generano in noi i pre-giudizi, le pre - comprensioni e queste sono state coltivate in noi dai nostri educatori cui abbiamo riconosciuto tale autorità.

Quante volte infatti pur avendo avuto educatori preparati non abbiamo prestato loro ascolto poiché non gli abbaiamo riconosciuto nessuna autorità su di noi? E quante volte, invece, abbiamo sperimentato l’importanza per la nostra formazione, di uno solo, o alcuni, educatori cui abbiamo riconosciuto l’autorità di poter coltivare in noi una visione del mondo o darci gli elementi per poter noi fare ciò? È per questo motivo che il Nostro sottolinea quanto “l’essenza dell’autorità vada inserita nel contesto di una dottrina dei pregiudizi che deve esser liberata dall’estremismo illuminista” [20].

Ciò che finora è stato detto per il concetto di Autorità va declinato anche per il concetto di Tradizione. Sta di fatto che anche qui c’è da tener conto dello scarto di senso prodotto dalla protesta romantica. “Il romanticismo pensa la tradizione in opposizione alla ragione, e vi vede una datità analoga a quella dell’Arte della natura”[21]. L’errore sta nel ritenere che la tradizione vada accolta in blocco e rispetto ad essa la ragione non possa che tacere, in più che l’accoglimento della stessa non presupponga nessuna atto della ragione[22]. Tornando al concetto di tradizione Gadamer sottolinea che “essa è sempre un momento della libertà e della storia stessa”[23], perché una tradizione per essere tale va accolta, coltivata e trasmessa. Accolta, ovvero razionalmente e liberamente fatta propria; coltivata, cioè incrementata; trasmessa, ovvero arricchita della propria esperienza e dunque consegnata a coloro che vengono dopo di noi. Questi sono tutti atti liberi della ragione. Giustamente è ribadito in Verità e Metodo: “la conservazione è un atto della libertà non meno di quanto lo siano il sovvertimento e il rinnovamento”[24]. Noi siamo nella tradizione, ne siamo una parte viva e un elemento costitutivo della stessa, sempre in dialogo con esse, anche quando no ce ne rendiamo conto. E persino nelle età di profonde trasformazioni, rinnovato, qualcosa del passato permane in noi e attraverso noi; in più, le rivoluzioni conservano del passato più di quanto vogliano distruggere e d esse stesse generano poi una tradizione, ne sono un esempio tutte le rivoluzioni dell’età contemporanea. “Noi stiamo … costantemente dentro a delle tradizioni” [25] , dice Gadamer, e questo starci è un esistenziale, un nostro ineliminabile modo d’essere, è l’aria stessa che respiriamo, in cui ci riconosciamo e riconosciamo il nostro mondo come nostro. Intendo perciò sottolineare quanto la libertà, per essenza propria, non sia necessariamente o solamente un atto di sovvertimento, quanto piuttosto accoglienza, apertura ad altro che è Altri. Autorità e Tradizione, potremmo dire, sono costitutivi della struttura ontologica della libertà stessa. La libertà, infatti, non è l’esplosione solitaria di un io che vuole dare sfogo ai suoi istinti asservendo la ragione ad organo di giustificazione degli stessi, e che volendo perciò afferma se stesso, credendo che in questo volere stia il senso della sua vita – seppure riconosca un senso alla vita, quanto invece un libero dialogare con la Tradizione in relazione ad una riconosciuta Autorità.  “Ciò che riempie la nostra coscienza storica è sempre una molteplicità di voci, nelle quali risuona il passato. Solo nella molteplicità di tali voci il passato c’è: questo costituisce l’essenza della tradizione di cui siamo e vogliamo divenire partecipi”[26]. Il recupero di tali concetti, che Gadamer riteneva fondamentali nell’ambito della definizione della validità delle scienze dello spirito, va ben oltre l’ambito che Gadamer stesso aveva ad essi riconosciuto. Oggi, infatti,  in questa epoca di nichilismo compiuto che si spaccia per età dell’oro e che invece non fa che ripetere le stoltezze narrate dai poeti antichi come Orazio, Giovenale e altri, per esempio, ritenendo di esservi giunta per prima e ritenendo che tali errori siano la liberazione dell’uomo, un richiamo forte, deciso e chiaro del valore dell’Autorità e della Tradizione diviene a nostro avviso di stringente necessità se vogliano scongiurare alla nostra civiltà l’amaro destino della suicida civiltà antica. Insomma: non c’è futuro senza passato.



[1] Hans Georg Gadamer , Wahreit und Metode, Verità e metodo trad.it a cura di Gianni Vattimo, Bompiani, Milano, 2000. D’ora in poi:WuM. Ivi, p. 579 ss.

[2] WuM. Pp 363 – 779. La breve sezione dedicata ai concetti in questione si trova alle pagine: 562 – 591.

[3] WuM p. 579.

[4] Cfr. WuM, p. 563.

[5] WuM, p.563.

[6] WuM, p. 563.

[7] WuM, p. 565.

[8] WuM, p. 565.

[9] Questo ci farebbe meglio capire il carattere ambiguo della rivoluzione francese figlia dell’illuminismo e sua irrazionale negazione.

[10] WuM, p.507.

[11] WuM, p. 567.

[12] WuM, p. 567.

[13] WuM, p. 569.

[14] WUM, p.571.

[15] WuM, p.573. Come sappiamo è stato merito di Heidegger aver sottolineato l’invitabilità del circolo ermeneutico, quel circolo cioè in base al quale la comprensione delle parti di un testo presuppone già la comprensione del tutto e viceversa. Nel famoso paragrafo 36 di Sein und Zeit Heidegger sottolinea la radicale storicità del comprendere.

[16] WuM, p. 573

[17] WuM, p. 579.

[18] WuM, p.579.

[19] WuM, p. 581.

[20] WuM, p. 581.

[21] WuM, pp. 581 – 3.

[22] Ed è questo pregiudizio romantico che ha ulteriormente allargato la distanza già esistente ad opera dell’illuminismo tra ragione e fede; parole queste che oggi, nel lessico comune sia dotto che quotidiano, sono completamente antitetiche. Vero invece è il contrario.

[23] WuM, p.583.

[24] WuM, p.583.

[25]e questo non è un atteggiamento oggettivante che si ponga di front4e a ciò che tali tradizioni dicono comer a qualcosa di diverso da noi, di estraneo; è invece qualcosa chge già sempre sentiamo come nostro, un modello positivo o negativo, un riconoscersi nel quale il successivo giudizio storico non vedrà una conoscenza, ma un libero appropriarsio della tradizione”. WuM, pp.583 – 586.

[26] WuM, p.589.